Un piccolo indovinello, un classico che ho letto tanti anni fa da qualche parte che non ricordo, riproposto in una forma lievemente romanzata.
In uno sperduto borgo di un paese lontano, fatto d'un grappolo di case posate nel verde fra due bianche catene di monti, Filiberto e Dagomillo erano cresciuti assieme, amici sinceri sin dai primi anni di vita e compagni di fanciullezza.
Filiberto era un giovanotto simpatico e socievole. Dotato di un fisico ben fatto e di un sorriso pieno e accattivante, una volta cresciuto non aveva fatto fatica a trovarsi una bella ragazza e ben presto s'era felicemente sposato. Dagomillo era sempre stato assai più timido e introverso. Non brutto, anzi, dotato di una qualche dolce piacevolezza, non s'era però troppo interessato alle ragazze; aveva invece preferito spender la maggior parte delle sue giornate studiando duramente e dedicandosi, nel tempo rimanente, al suo hobby preferito: l'enigmistica.
Una volta raggiunta la laurea, ben presto Dagomillo aveva perso i genitori e allora, non avendo più legami familiari, s'era risolto a lasciare il paese natale per recarsi a lavorare in una lontana città. Da quel giorno il ragazzo non era più tornato al borgo della fanciullezza e con il passar degli anni, s'era fatto uomo pieno e si era costruito una vita e una famiglia nella sua nuova città. Per qualche tempo aveva scritto al vecchio amico e ne aveva ricevuto in ritorno parole, ricordi e notizie, ma poi pian piano le lettere s'eran fatte più rade, fino a cessare del tutto.
Il tempo trascorse piano, ma e Dagomillo s'era ormai immerso pienamente nella sua vita di città. Ma un giorno, forse per aver sentito nell'aria del mattino spargersi il lieve canto d'un uccello o per la tenerezza che danno i raggi chiari del primo mattino, s'era in lui riacceso un desiderio, una vaga irrequietezza che, lo aveva presto capito, solo tornando a rivedere le case e la gente del suo paese, avrebbe potuto spegnere. Infine s'era deciso e in un caldo giorno d'estate era salito sul treno che l'avrebbe riportato al paese.
Era giunto che si faceva l'imbrunire. Con una certa emozione era sceso dal vagone con la sua bella valigia, guardandosi attorno avidamente. La stazione pareva uguale a quella dove, tanti anni prima, aveva preso il treno che l'aveva portato via. Anche gli alberi intorno, con le grida delle rondini nel cielo e il profumo del caprifoglio, parevano miracolosamente gli stessi, quasi il tempo si fosse fermato nell'attesa.
Aveva percorso a piedi il breve tragitto dalla ferrovia al paese e infine si era ritrovato davanti alla piazza, col monumento ai caduti e, poco più in là, l'edicola con gli ex voto a San Giustino. Un milione di immagini e ricordi s'erano affacciati d'improvviso all'uscio degli occhi, quasi sciogliendosi in lacrime.
Dagomillo, era rimasto immobile a lungo a guardare la piazza, il campanile, la facciata della chiesa e, poco più sotto, i due bar che s'aprivano a poca distanza l'uno dall'altro. L'aria si faceva più fresca e scura; lungo i marciapiedi, ma anche sulla piazza stessa, la gente sciamava in crocchi chiacchierando e tracciando gesti nell'aria con le mani. Vecchi seduti sulle panchine, uomini intenti a giocare a carte di fronte ai bar, ragazzi e ragazze che ridevano e parlavano a voce troppo alta, animavano un mondo che non egli aveva mai dimenticato. E poi, senza preavviso, era apparso di lontano il caro vecchio amico Filiberto. Era stato un attimo. Con passo svelto e il sorriso negli occhi, Dagomillo s'era avvicinato e, mentre camminava, anche Filiberto l'aveva visto e gli era andato incontro. I due si erano abbracciati a lungo senza parlare.
Infine era stato quest'ultimo a rompere il silenzio.
- Dagomillo! Che gioia rivederti! -
- Anche per me ... anche per me ... - aveva risposto l'altro.
I due si erano messi subito a parlare e chiedersi e raccontarsi e guardarsi l'un l'altro. C'erano mille cose da dire, mille cose che erano accadute o erano cambiate.
- Come stai? Come sta tua moglie? Sei diventato padre o ancora pretendi di far la vita da giovincello? - Aveva chiesto Dagomillo.
- Nooo, figurati! - aveva risposto ridacchiando Filiberto - Pensa che ho la bellezza di tre figlie. E con mia moglie in casa mia ci sono 4 donne ... per me non c'è scampo. In un modo o nell'altro hanno sempre ragione loro ... -
- Tre figlie?!? Accidenti! Ti sei dato da fare! E quanti anni hanno? - Aveva ancora chiesto Dagomillo con curiosità.
Allora Filiberto si era di colpo ricordato che all'amico erano sempre piaciuti gli indovinelli e, su due piedi, aveva deciso di fargliene uno, a modo di piccolo regalo.
Dopo averci riflettuto solo per un istante gli aveva proposto:
- Vediamo se indovini! Ti do un primo indizio ... -
Dagomillo stava lì, divertito, ad ascoltare.
- Il primo indizio è questo: il prodotto delle loro età è 36. -
Dagomillo si era subito messo a pensare, ma ben presto si era accorto che quell'indizio non era sufficiente. Allora, un po' dispiaciuto, aveva ammesso:
- Questo indizio non mi basta ... dammene un altro ... -
- Ok - aveva annuito Filiberto - il secondo indizio è questo: la somma delle loro età è uguale a quel numero civico laggiù. -
E, nel dirlo, aveva indicato con la mano verso il numero civico d'una vecchia casa scura d'altri tempi.
Ancora una volta Dagomillo s'era messo a pensare fra sé, ma di nuovo non aveva potuto risolvere l'enigma e, alla fine, aveva dovuto chiedere all'amico un terzo indizio.
- Certo! - Aveva detto prontamente Filiberto, sorridendo maliziosamente quasi a insinuare che il cervello dell'amico, con l'età, si fosse un poco arrugginito. E poi aveva aggiunto:
- Il terzo indizio è questo ... (ma questa volta cerca di fartelo bastare) ... la più grande ha gli occhi verdi! -
E a quel punto Dagomillo, quasi avesse potuto legger la soluzione su di un libro magicamente apparso, esclamò:
- Ho capito! La soluzione è ... -
QUANTI ANNI HANNO LE TRE FIGLIE DI FILIBERTO E PERCHE'?
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