Ed eccoci, forse un po' faticosamente, alla seconda puntata di questo lungo post. Nella prima parte avevo parlato, sia pure in modo sommario, di certi parallelismi fra le vicende della vita di Siddhārtha e di quella di Gesù. Avevo mostrato come i due abbiano avuto parecchie cose in comune e, fra l'altro, il desiderio di insegnare una spiritualità eminentemente pratica e operativa, con poco spazio per la metafisica e una fortissima attenzione, invece, per le azioni spicciole e concrete delle ore quotidiane.
Uno degli aspetti che accomunavano i due Maestri era la natura decisamente non accomodante del loro insegnamento. Sia Siddhārha, sia Gesù chiedevano ai loro seguaci di fare delle scelte radicali e di seguirle fino alle estreme conseguenze nel loro comportamento quotidiano. In ambedue i casi si trattava di scelte ben poco praticabili, se non per quelle persone che si fossero completamente dedicate alla vita dello spirito.
Le frasi di Gesù che ci raccontano la radicalità della visione di Gesù sono numerose e inequivocabili. "Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri; poi vieni e seguimi" troviamo scritto in Mc 10, 21. Nel vangelo di Luca (Lc 14,27) poi leggiamo: "Se uno viene a me e non odia il suo padre, e sua madre, e sua moglie, e i fratelli e persino la sua propria vita non può essere il mio discepolo". E ancora: "Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; e chi ama figliuolo o figliuola più di me, non è degno di me" (Mt 10,37) oppure: "Se uno vuole venire dietro a me rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà" (Mc 8,34). Come si vede non c'è da sbagliarsi: Gesù non predicava certo il cristianesimo molliccio e accomodante di tanti seguaci sia antichi che moderni, ma piuttosto la scelta senz'appello di chi mette Dio e la propria salvezza spirituale prima di ogni altra cosa, compresi le ricchezze, i propri affetti e la propria stessa vita. Non era uno che insegnava un "volemose bene" pacioccone e nebuloso da stemperare in un bicchiere di vino o qualche distaccato "segno della pace" domenicale. E, d'altronde, un'impostazione diversa non avrebbe avuto senso, dato che come tanti profeti palestinesi, Gesù era un apocalittico, ossia era convinto che la venuta del Regno di Dio (con la fine dell'ordine normale delle cose), fosse imminente. Per Gesù in effetti non c'era tempo da perdere, non si poteva tentennare o adottare soluzioni di compromesso: ogni giorno poteva essere quello buono perché Dio si manifestasse spezzando d'improvviso gli equilibri meschini della vita quotidiana e venendo nella gloria per giudicare i vivi e i morti.(13) Bisognava dunque fare presto e fare delle scelte chiare e assolute.
Ultimi commenti